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Mind the Bridge - Startups in Italy. Facts&Trends
Mind the Bridge - Startups in Italy. Facts&Trends
Ce lo racconta la survey 2011 “Startups in Italy. Facts&Trends” realizzata Fondazione Mind the Bridge con il supporto scientifico del CrESIT
Che siano aziende già costituite (59%) o ancora progetti di impresa (41%), la formula più diffusa di finanziamento resta ancora il modello 3 F - “family, friends and fools” per il 40% delle idee presentate alla Mind the Bridge Competition di quest’anno. I giovani talenti provengono in maggioranza dal 39% dal nord e per il 34% da centro, sono imprese web based (60%) o ICT (25%), cercano finanziamenti da venture capital (69%) ma anche partner strategici (50%) che possano supportarli nei processi di sviluppo. Con un capitale medio raccolto di 71 mila euro, vince chi ha un’alta formazione e un’alta propensione alla mobilità. Ma sale la quota di chi si costituisce all’estero (9%) e si fa sempre più concreta la minaccia di un massiccio “corporate drain”.
Secondo le analisi di Mind The Bridge, iniziativa non-profit nata nel 2007 da un’idea di Marco Marinucci, manager di Google, con l’intento di promuovere in Italia un ecosistema imprenditoriale sostenibile e aperto all’internazionalizzazione, i venture capital fund e business angel network raggruppati intorno al VC Hub, il gruppo informale che raccoglie i principali investitori italiani, ricevono ogni anno almeno un migliaio di richieste di finanziamento, con una crescita significativa negli ultimi anni.
Su questi progetti si concentra l’attenzione dell’associazione
che quest’anno, con il supporto scientifico del CrESIT dell’Università
dell’Insubria di Varese, ha voluto comprendere in profondità il fenomeno
attraverso un’analisi della “galassia” delle startup italiane che partecipano
annualmente alla sua Business Plan Competition. Dall’analisi dei dati,
presentati da Alberto Onetti (Chairman della Mind the Bridge Foundation e
Direttore del CrESIT) in occasione del Venture Camp in Sala Buzzati a Milano,
emergono indicazioni estremamente interessanti per il 2011.
Ma chi sono gli startupper italiani e in quali settori operano? Il profilo
medio che emerge è costituito da maschi (ancora limitata la presenza femminile,
sia pure lievemente in crescita rispetto allo scorso anno), trentaduenni,
residenti al Centro (39%) o al Nord Italia (35%), laureati e spesso in possesso
di un Master o di un Dottorato di Ricerca. Il campo di operatività nell’85% dei
casi è rappresentato dal web e dalle ICT. Numericamente inferiore risulta
invece il ruolo delle imprese operanti nelle clean technologies (10%) e in
ambito biotech/life sciences (5%).
I dati su età media e formazione segnalano inoltre come
quello dell’imprenditore sia un mestiere che si impara sul campo, che richiede
conoscenze di alto livello ed esperienza: l’80% degli startupper, prima dell’avvio
della propria attività imprenditoriale, ha lavorato in azienda mediamente per
6/7 anni. Nel 33% dei casi tale esperienza lavorativa è stata svolta
all’estero. Questa percentuale supera il 50% se si considerano le Top15
startup. “Da non sottovalutare il fatto che 1 founder su 5 è alla sua seconda
startup – ha sottolineato Marco
Marinucci, fondatore di Mind the Bridge – e che nel 20% dei casi la precedente
esperienza imprenditoriale è stata fatta all’estero. Tra le Top15 la
percentuale di serial entrepreneur sale al 35%, così come la quota di startup
incorporate all’estero (4 su 10). Da segnalare come il 75% delle aziende
precedenti siano ancora attive e come, nel 61% dei casi, gli imprenditori
continuino ad esservi coinvolti. Un fatto che sottolinea due aspetti che
caratterizzano fortemente la figura dello ‘startupper’, ovvero l’importanza del
‘pivoting’ e il carattere seriale del ‘mestiere dell’imprenditore’ che si
perfeziona solo facendolo”.
Le startup nel 69% dei casi, cercano un finanziamento da
Venture Capital. Percentuale che sale fino al 76% se si restringe l’analisi
alle società maggiormente strutturate. Al momento, il 40% del panel analizzato
ha dichiarato di aver reperito fondi attraverso bootstrapping (risparmi
dei fondatori e fondi raccolti all’interno del nucleo familiare o della rete di
conoscenti, meglio noto come sistema “family, friends and fools”), mentre un 8%
ha avuto accesso anche a grant (finanziamenti in genere destinati al supporto
di attività di ricerca in ambito universitario) per coprire parte dei costi di
sviluppo dell’idea nelle fasi iniziali. Il 23% ha trovato finanziamenti da
investitori terzi, in prevalenza seed (fondi di investimento collegati ad
attività di incubazione e business development, 15%) e solo in misura più
limitata da venture capital (fondi di investimento specializzati nel capitale
di rischio, 4%) e da business angels (tipo di investimenti in forma associata,
4%).
Restringendo l’analisi alle società già costituite (59%,
contro un 41% di progetti di impresa) crescono le percentuali di accesso a
capitali tramite seed (21%), business angels (6%) e venture capital (6%).
Se si limita l’analisi alle Top15 semifinaliste dell’edizione 2011, si nota
come le fonti di funding siano ancora più articolate ed evolute: oltre al
bootstrapping (47% dei casi) e a grant (20%), il 40% circa dichiara di aver
avuto accesso al seed financing, il 7% a business angels ed il 13% a venture
capital. Il capitale in media raccolto dalle startup ammonta a circa 71 mila
euro (dato che presenta tuttavia un’elevata varianza) ma, se si considerano le
sole Top15, il dato quasi raddoppia, salendo a 136 mila euro circa, a
testimonianza di come i progetti migliori tendano a trovare maggiore accesso a
capitali.
Parallelamente metà degli intervistati manifesta l’esigenza di trovare un partner strategico
che possa supportare le imprese nei processi di sviluppo della business idea e
portare le competenze al gruppo imprenditoriale esistente. Tendenza che trova
conferma anche nell’analisi dei “company seeks” per le Top15. Difatti se tutte
le migliori startup confermano di essere alla ricerca di capitali, una
percentuale molto ampia (40%) cerca accordi strategici di partnership. I
capitali servono, ma il successo non sembra quindi passare solo da quelli.
Le alleanze, i contatti, le conoscenza maturate negli anni servono infatti a costituire un ambiente più favorevole e, non a caso, le startup migliori sono quelle con gruppi imprenditoriali con una propensione alla mobilità superiore rispetto alla media.
I dati mostrano come i talenti siano attratti da università con alta reputazione e un’offerta di programmi di formazione di eccellenza di cui la nascita di startup risulta una naturale conseguenza. Di qui la criticità di investire nella ricerca e formazione universitaria se si vuole avere un ritorno in termini di nuove imprese innovative. Il popolo degli startupper manifesta una spiccata mobilità, anche internazionale. L’11% dei wannabe‐entrepreneur, una volta ottenuta la laurea triennale, decide di spostarsi verso altre regioni italiane (6%) o all’estero (5%) per proseguire gli studi con un master di primo livello e, tra coloro che inseguono un dottorato di ricerca o un MBA, la percentuale di spostamento sale al 40%: il 20% va all’estero, mentre il restante 20% si muove verso altre regioni italiane”.
Uno spostamento che in alcuni casi può divenire addirittura
definitivo.
“Una percentuale importante (9%) - e in crescita nel
tempo - di startup ha deciso di costituirsi all’estero. – ha ha concluso
Alberto Onetti, chairman di Mind The Bridge - Questo dato sembra
segnalare una carenza di attrattività del nostro paese. Dal momento che oltre
il 40% è rappresentato da progetti di impresa (“wannabe startup”) non ancora
costituiti in società, oggi come non mai diventa fondamentale investire nella
ricerca e nella formazione universitaria se si vuole avere un ritorno in
termini di nuove imprese innovative e se si vuole evitare, oltre a fughe di
cervelli, anche un massiccio ‘corporate drain’ ”.















